Qualche giorno fa sono andata al giardino della Guastalla e mi sono appoggiata a un maestoso e antico platano che si trova di fronte all’entrata dell’ufficio del Giudice di Pace.

Da quella prospettiva ho letto nel cartello posto all’ingresso del palazzo solo “Pace” e non “Giudice di” ed allora mi sono ricordata che spesse volte quando cercavo di spiegare alle persone l’attività di mediatore che svolgo, molti mi rispondevano “certo il mediatore è come un Giudice di Pace!”.

Ed io rispondevo che le figure sono ben distinte: il Giudice di Pace decide la controversia, mentre il mediatore aiuta le parti a gestire un conflitto.

Il Giudice di Pace è un giudice onorario non togato, ossia non inserito nella magistratura ordinaria che ha vinto un concorse statale, ma è un professionista del diritto nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura e scelto in base all’esperienza giuridica e culturale per esercitare una funzione, quella di giudicare le controversie in base al valore e in alcune materie in ambito civile e penale (art. 7 codice di procedura civile).

Il Giudice di Pace non ha solo una funzione giudicante; può svolgere un “tentativo di conciliazione in sede non contenziosa”, ossia può aiutare le parti a arrivare un accordo, a seguito di un’istanza, anche in forma orale, proposta preventivamente e in modo autonomo rispetto a un processo (art. 322 codice procedura civile).

Per questa sua funzione forse è stato assimilato a un mediatore, ma in realtà la conciliazione avviene in base al diritto e il Giudice di Pace, quando siede al tavolo della conciliazione, conserva sempre la sua funzione di giudicante. Peraltro questa procedura di conciliazione è stata nella prassi poco applicata.

Diversamente, il mediatore non è un giudice, non ha nessun potere decisionale, non emette una sentenza, è un terzo neutrale ed imparziale rispetto alle parti, formato alla gestione dei conflitti, che supporta e aiuta le parti a gestire il loro conflitto sulla base non solo del diritto ma anche degli interessi, che sono i motivi nascosti dietro le pretese delle parti. Dal mio punto di vista, in base a come intendo il conflitto e all’approccio che utilizzo nella mediazione, il mediatore è un professionista che supporta le parti nell’avere un confronto costruttivo dal punto di vista comunicativo, nel rispetto del potere di autodeterminazione e di decisione delle parti. Il conflitto è un fenomeno naturale, sebbene sia vissuto con sofferenza e tende a distruggere la relazione. Il mediatore sostiene le parti nel dialogo perché si trasformi da distruttivo a costruttivo.

Da quella prospettiva diversa appoggiata al grande platano ho capito che avevano ragione i miei interlocutori: chi è in conflitto cerca la “pace” e di risolvere un conflitto nel più breve tempo possibile, perché vive il conflitto con sofferenza, perché questo è un elemento disturbante e doloroso. Infatti si parla di spirale negativa del conflitto.

L’apparato giudiziario gestisce conflitti ma la soluzione raggiunta da una sentenza di un giudice, che decide chi ha torto e chi ha ragione in base al diritto, provoca una risoluzione artefatta, che nella maggior parte dei casi non porta la pace tra i confliggenti.

Le relazioni delle persone quando sono in conflitto sono intricate e per potere sgarbugliare la matassa occorre un percorso, dove le parti possono farsi assistere da un terzo, quale il mediatore, e da avvocati che siano specificamente formativi alla gestione dei conflitti. E’ un percorso dove le stesse parti hanno un ruolo di primo piano e intervengono attivamente al tavolo della negoziazione.

Ma non solo, ritornando alla mia esperienza con il platano, dall’angolo di visuale che avevo ho capito un altro punto di vista, che è quello delle persone con cui parlavo, io vedevo solo il mio punto di vista, ossia che il Giudice di Pace è pur sempre un giudice, loro invece vedevano la pace, il risultato sperato nella risoluzione di un conflitto. La mediazione e gli altri strumenti di risoluzione dei conflitti alternativi al giudizio, come la negoziazione e la pratica collaborativa, hanno la funzione di far capire il punto di vista dell’altra parte, per comprenderlo, per accoglierlo, per farlo proprio, per avere una visione circolare del conflitto che contempli tutti i punti di vista, e non lineare, secondo la prospettiva avversariale di chi ha diritto e chi ha torto come avviene davanti a un giudice.

Definisco la mia attività come gestione pacifica dei conflitti, perché nella mia visione gestire un conflitto, nel rispetto degli interessi di tutte le parti coinvolte, porta a una trasformazione delle relazioni e in senso più lato a una pacificazione tra le persone e nella collettività.